Mentalità sportiva sul senso civico dell’Italia

Un post come questo merita un “ping”:

Italia e senso civico: quando l’esempio (non) viene dai Vigili Urbani… 

All’Italia, forse “agli italiani”, per essere solo normale, basterebbe avere un minimo di senso civico. Basterebbero poche idee e poche regole, ma chiare. Invece, siamo un popolo di fantasiosi emotivi: normative molte, ma inutili; idee molte, ma confuse.

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Lettera ad un genitore tifoso

Caro Papà,
lo sai che quasi mi mettevo a piangere dalla rabbia quando ti sei arrampicato sulla rete di recinzione, urlando contro l’arbitro? Io non ti avevo mai visto cosi arrabbiato! Forse anche vero che lui, l’arbitro ha sbagliato ma quante volte io ho fatto degli errori senza che tu mi dicessi niente? Anche se ho perso la partita “per colpa dell’arbitro”, come dici tu, mi sono divertito lo stesso. Ho ancora molte gare da giocare e sono sicuro che se tu non gridi più l’arbitro sbaglierà di meno.

Papà capisci io voglio solamente giocare, ti prego lasciamela questa gioia non darmi suggerimenti che mi fanno solo innervosire: “tira”, “passa”, “ buttalo giù”. Mi hai sempre insegnato a rispettare tutti, anche l’arbitro e gli avversari e di essere educato… e se buttassero giù me quante parolacce diresti? Un’altra cosa, papà, quando il mister mi sostituisce o non mi fa giocare, non arrabbiarti! Io mi diverto anche a vedere i miei amici, stando in panchina, siamo in tanti ed è giusto dare a tutti la possibilità di giocare (come dice il mister).

E scusami papà, non dire alla mamma, al ritorno dalla partita “oggi ha vinto” o “oggi ha perso”… dille solo che mi sono divertito tanto e basta. E poi non raccontare, ti prego, che ho vinto perché ho fatto un gol bellissimo: non è vero. Ho buttato il pallone dentro la porta perché il mio amico mi ha fatto un bel passaggio, il mio portiere ha parato tutto, perché assieme agli altri miei amici, ci siamo impegnati moltissimo per questo abbiamo vinto (ce lo ha detto anche il mister).

E ascoltami, papà: non venire nello spogliatoio, al termine della partita, per vedere se faccio bene la doccia o se so vestirmi, ma che importanza ha se metto la maglietta storta? Papà, devo imparare da solo, sta sicuro che diventerò grande anche se avrò la maglietta rovesciata, ti sembra? E lascia portare a me il borsone, vedi? C’è stampato sopra il nome della mia squadra e mi fa piacere far vedere a tutti che io gioco a pallone. E per piacere insegnami a pulire le mie scarpe da calcio, non è bello che tu lo faccia al posto mio, ti pare?

Non prendertela, papà se ti ho detto queste cose, lo sai che ti voglio tanto bene… ma adesso è già tardi devo correre al campo di allenamento: se arrivo tardi il mister non mi farà giocare la prossima volta…

Ciao.


Tafferugli per il traffico

Questa mattina, mentre accompagnato Patrizia in ufficio, ero fermo in coda in via Mattei per immettermi sulla rotonda che interseca la via Chiavica Romea. Alle 8 di mattina c’è un discreto traffico, non c’è che dire, e il fatto che abbiano lì inserito una rotonda con tanto di restringimento di corsia non aiuta certo le cose (magari la sicurezza sì, ma si creano code che arrivano fin sulla via Naviglio a volte…).

Arriva il classico furbetto della coda, Alfa GT nera, che inizia a sorpassare a sinistra per poi infilarsi verso la fine, nonostante sia vietato dalla segnaletica orizzontale (chi non l’ha mai fatto quando era di fretta?). Ad un certo punto vedo un Caddy che si butta di traverso, tagliando così la strada all’auto che sopraggiungeva. Di primo acchit0 pensavo che si fossero tamponati davanti a lui e il tipo del Caddy stesse cercando di evitare il blocco, ma dopo pochi secondi è uscito un signore di una certa età (50-60) che ha iniziato ad inveire contro il ragazzo (30) che guidava l’Alfa. Arriva fin lato finestrino e gli sferra un calcio in basso nello sportello. Esce il ragazzo, si dicono due robe, il signore prende su e se ne va via, mentre il conducente dell’Alfa inizia a segnarsi (immagino) il numero di targa.

Da questo episodio partono tre riflessioni:

  • nonostante le regole, c’è sempre qualcuno che cerca di infrangerle e di prendersi un vantaggio in maniera illegale, credendo di essere più furbo degli altri;
  • questo senso di impunità comporta, in chi è invece ligio al dovere, un crescente senso di frustrazione che, se beccato nella giornata sbagliata, può portare ad atti non proprio consoni;
  • nessuno (me compreso) si è fermato per lasciare i propri dati al ragazzo che ha subito il calcio alla carrozzeria, nel caso in cui ci sia stato un danno da dover risarcire.

Tre parole chiave: illegalità, frustrazione, menefreghismo.

In questo caso si parla di un evento lieve, ma cosa sarebbe potuto succedere con gli stessi ingredienti in altri contesti?

Giusto per tirar fuori un argomento “caldo”: mettiamo che sabato mattina una testa calda una mattina si svegli male, vada al mercato con la moglie, arriva il negretto di turno che insiste un po’ più del solito, il tipo dopo la centesima volta perde la pazienza e lo roncola di botte nella totale indifferenza della gente. Questo sarebbe MOLTO più grave, ma i presupposti ci sono tutti.

Oppure, per scendere di livello, torno a casa la sera dopo la partita avendo espulso 6/7 giocatori che mi hanno sfinito l’anima, mi ritrovo un SUV parcheggiato male davanti al cancello, tiro fuori il crick e inizio a darci dentro fino a che non diventa alto 10 cm.

Occhio: la costante mancata tutela può portare a comportamenti violenti! Non deve vincere la legge del far west. Proprio oggi che leggevo questo articolo che parla dell’archiviazione dei reati minori (del quale parlerò a breve in un altro post).

A questo giro non mi piacerebbe più di tanto trovarmi un bel giorno a dover esclamare: “Ve l’avevo detto.”.


Lotta all’evasione: controlli, semplificazioni, efficienza, razionalità, responsabilità condivisa

Bellissimo articolo!

I controlli fiscali, per quanto intrusivi, dovrebbero essere la norma, non l’eccezione.

La lotta all’evasione non dovrebbe essere uno strumento per aumentare il gettito. Ma per ridistribuire il reddito a favore di chi le tasse le ha sempre pagate: così ogni cittadino onesto avrebbe una misura di quanto paga in più grazie agli evasori, e toccherebbe con mano il beneficio di un’eventuale maggiore legalità.

Un Fisco moderno usa gli strumenti induttivi a scopo statistico per allocare meglio le sue risorse: se un individuo viene identificato come probabile evasore, non scattano cartelle o accertamenti, ma una richiesta di documentare spese e introiti, in tempi brevi. Solo in difetto di spiegazioni scatta l’accertamento, che a questo punto, però, ha un’altissima probabilità di portare a un rapido recupero di imposte evase. Non farà scena come i lampeggianti blu della Guardia di Finanza. Ma funziona meglio.

 Quanto a efficienza, dunque, c’è molto da fare.

L’evasione si combatte anche con la trasparenza e la semplicità. Un normativa complessa e intricata come quella italiana moltiplica le possibilità di aggirare le regole, pagando meno del dovuto, e rende infinitamente più difficili e onerosi i controlli.

La ragione dello scarso utilizzo delle pene per i reati tributari è spiegato dalle scienze comportamentali: la volontà di applicare la pena è inversamente proporzionale al numero di persone che violano la legge e la fanno franca. In un paese dove si ha la percezione di un gran numero di evasori impuniti, chi finisce in prigione per reati tributari diventa un poveretto assoggettato a una pena iniqua. Comprendo l’indignazione, ma i problemi si risolvono con la razionalità, non con l’emotività: le manette agli evasori non sono servite a nulla e continueranno a non servire.

L’emulazione è il deterrente più efficace contro l’evasione: il singolo rispetta le regole che vede rispettate nella collettività a cui appartiene; ma non si possono cambiare i comportamenti collettivi se non si cambiano quelli individuali. Si può cercare di farlo rendendo ogni individuo compartecipe della responsabilità di non evadere. Oggi non è così.  Molti italiani sono giustamente indignati per la prassi diffusa del pagamento in nero di prestazioni di lavoro e di servizio, al fine di evadere Iva, Irap e contributi sociali. Ma quanti di loro hanno accettato di pagare in nero un professionista o un artigiano per vedersi scontata l’Iva, o di farsi pagare in nero gli straordinari, maggiorati grazie ai contributi non versati dal datore di lavoro? La detraibilità delle imposte pagate non è servita a nulla. E se per pagare le imposte bisogna farle detrarre a qualcun altro, lo Stato non incassa niente e il sistema fiscale si complica inutilmente. Per rompere il cerchio è necessario che anche chi paga senza esigere la fattura o chi riceve un salario in nero sia responsabile dell’evasione, e chiamato a risarcire lo Stato congiuntamente a chi non emette la fattura o non paga i contributi. Con la possibilità di verificare le transazioni finanziarie, l’accertamento incrociato sarebbe possibile. E facilitato dall’interesse dell’evasore eventualmente scoperto a coinvolgere l’altro che ha permesso l’evasione.

Lo Stato dovrebbe però prima dare il buon esempio. Una volta si diceva che il buon esempio è la madre di tutti gli insegnamenti.

 


Multe al parcheggio Cinemacity

Riporto dal Resto del Carlino:

Anche a Santo Stefano la polizia municipale non era in vena di fare sconti né di chiudere occhi. Soprattutto quando il parcheggio irregolare delle auto aveva finito per mandare in tilt il traffico. Quello davanti al Cinemacity.
Per gli automobilisti, che pur di parcheggiare il più possibile vicino all’ingresso del cinema ne avevano intasato gli accessi, è stato uno stillicidio: cinquanta multe. Il tutto mentre il parcheggione, nei posti più laterali e lontani, era semivuoto. La segnalazione al comando era arrivata da parte di alcuni clienti della stessa multisala, costretti a fare la gimkana tra le auto parcheggiate in maniera maldestra a lato degli accessi. Gli agenti intervenuti hanno cominciato a scrivere i verbali e ci sono stati momenti di tensione da parte di chi non era disposto ad accettare l’imprevisto ‘regalo’.

Ho solo piacere. Non è possibile che tutti parcheggino dove gli pare e piace (e non solo al Cinemacity) fregandosene degli altri che devono passare. Ho veramente piacere. E che nessuno venga a dire “Ecco, vogliono solo fare cassa.” Han fatto solo bene.


Due esempi di persone con senso civico a Ravenna

Diciottenne rapina il Coin, uomo lo insegue e viene malmenato

Non era roba sua, ma ha inseguito il rapinatore per assicurarlo alla giustizia.

 

Mamme e papà civici, ogni giorno è una lotta: “Quanta maleducazione”

Una volta era buon senso comune, ora è necessario avere i “moralizzatori”. E gli altri dovrebbero essere coloro che devono educare i propri figli…


Ritorno alla semplicità – Lettera di Natale 2011

Durante la messa della notte di Natale Don Claudio ha letto questa testimonianza di Piero Gheddo, sacerdote missionario.

Natale 1987. Sono in Guinea-Bissau, piccolo e povero paese dell’Africa occidentale, colonia portoghese per 500 anni, indipendente dal 1975. La notte di Natale vado con padre Giuseppe Fumagalli, missionario del Pime, a celebrare la Messa in un villaggio della tribù dei felupe, Edgin: un villaggio isolato nella foresta, dove c’è una bella chiesa in muratura. Padre Fumagalli aveva avvisato per tempo che a mezzanotte ci sarebbe stata la Messa e la chiesa era strapiena di gente venuta anche dai villaggi vicini: non tutti cattolici, sono venuti anche i musulmani, anche gli animisti, per vedere la festa dei cristiani. Notte stellata d’incanto, con canti, danze, scambio di doni, testimonianze al microfono di felupe che, prima e dopo la Messa, raccontavano le loro storie personali, il cammino compiuto per giungere al Battesimo.
lo porto sempre, quando vado in questi paesi molto poveri, oltre al resto, qualche chilo di buone caramelle italiane. Là non ci sono e so che ai bambini piacciono moltissimo. Quella notte di Natale avevo chiesto al padre Fumagalli quanti bambini pensava che ci sarebbero stati a Edgin. Mi aveva detto: una cinquantina al massimo. Così ho contato sessanta caramelle e le ho portate con me in un sacchetto di plastica. Dopo la Messa, dinanzi alla chiesa, alla luce di due fari potenti, il padre Giuseppe chiama tutti i bambini e dice loro di allinearsi perché io avrei dato a ciascuno una caramella. Grida di gioia, eccitazione, salti di esultanza. Ma i bambini escono da tutte le parti e io vedo subito che sono ben più di sessanta. «Niente paura», mi dice padre Giuseppe e fa mettere i ragazzi a due a due. Così io passo col mio sacchetto distribuendo una caramella ogni due bambini, che si tengono per mano. Ma il fatto che mi ha commosso è che quei ragazzini e bambini si sono seduti per terra a due a due; hanno scartocciato la caramella e hanno cominciato a succhiarla un po’ l’uno e un po’ l’altro, senza bisticciare, dividendosi il piccolo dono proprio come fratelli.
Mentre guardo quei bambini succhiarsi la caramella in due, penso: in questa stessa notte di Natale, in Italia, nella mia Milano, i bambini hanno molto di più, doni, dolci, musiche, regali. Ma mi chiedo: saranno felici come questi bambini africani, che hanno gli occhi lucidi dalla gioia, seduti per terra a dividersi una caramella in due?
I missionari poi mi spiegano che la parola più comune usata in Guinea- Bissau è parti, di origine portoghese, che non significa «partito politico», ma dividere, condividere. Nella povertà, tutto è comune, c’è la spontanea condivisione di quel poco che si ha. Un esempio: la Guinea- Bissau è un paese attraversato da tre grandi fiumi, ma senza un solo ponte. Quando arrivate al fiume, dovete attendere il traghetto o la barca scavata in un tronco d’albero. A me è capitato di dover attendere il traghetto, dato che dovevamo portare l’auto al di là del fiume, per quasi un’intera giornata: o perché il motore del traghetto non funziona o perché manca il gasolio o anche perché il guidatore è andato per i fatti suoi o è ubriaco. Niente paura, in Africa bisogna saper aspettare. Per il cibo non c’è problema. O ne avete portato voi oppure vi sedete vicino a chi sta mangiando e vi dà qualcosa, con la massima naturalezza, senza nemmeno dover chiedere.
Perché i popoli poveri sono più disponibili alla condivisione di noi che siamo ricchi? È facile rispondere: chi è povero ha poco da perdere, chi è ricco perde molto, è più attaccato a quello che ha. Ma c’è un motivo più profondo: la povertà educa a capire l’altro, a essere ospitali e attenti verso chi soffre. Direi che educa anche alla gioia, alla serenità della vita. Non parlo della povertà disumana che diventa miseria e mancanza del necessario, ma del non avere troppo, del non essere attaccati alle ricchezze materiali, del dare più importanza ai valori umani (fraternità, amicizia, condivisione, aiuto al prossimo) che non all’inseguimento del denaro e del superfluo.
L’egoismo è la tomba di ogni gioia e serenità di vita. E i ricchi attaccati alle loro ricchezze sono, molto spesso, più egoisti dei poveri. Ecco perché Gesù dichiara: «Beati voi poveri, perché Dio vi darà il suo Regno»(Luc. 6, 20).

Al momento questo racconto si commenta da solo. Avrò comunque modo di tornare più avanti sull’argomento.

Buon Natale e felice anno nuovo!

P.S. Ogni commento è gradito!

P.S. 2 In realtà questa è una delle due letterine di Natale 2011: leggi anche la seconda sul blog alessandrobondi.com.