Ritorno alla semplicità – Lettera di Natale 2011

Durante la messa della notte di Natale Don Claudio ha letto questa testimonianza di Piero Gheddo, sacerdote missionario.

Natale 1987. Sono in Guinea-Bissau, piccolo e povero paese dell’Africa occidentale, colonia portoghese per 500 anni, indipendente dal 1975. La notte di Natale vado con padre Giuseppe Fumagalli, missionario del Pime, a celebrare la Messa in un villaggio della tribù dei felupe, Edgin: un villaggio isolato nella foresta, dove c’è una bella chiesa in muratura. Padre Fumagalli aveva avvisato per tempo che a mezzanotte ci sarebbe stata la Messa e la chiesa era strapiena di gente venuta anche dai villaggi vicini: non tutti cattolici, sono venuti anche i musulmani, anche gli animisti, per vedere la festa dei cristiani. Notte stellata d’incanto, con canti, danze, scambio di doni, testimonianze al microfono di felupe che, prima e dopo la Messa, raccontavano le loro storie personali, il cammino compiuto per giungere al Battesimo.
lo porto sempre, quando vado in questi paesi molto poveri, oltre al resto, qualche chilo di buone caramelle italiane. Là non ci sono e so che ai bambini piacciono moltissimo. Quella notte di Natale avevo chiesto al padre Fumagalli quanti bambini pensava che ci sarebbero stati a Edgin. Mi aveva detto: una cinquantina al massimo. Così ho contato sessanta caramelle e le ho portate con me in un sacchetto di plastica. Dopo la Messa, dinanzi alla chiesa, alla luce di due fari potenti, il padre Giuseppe chiama tutti i bambini e dice loro di allinearsi perché io avrei dato a ciascuno una caramella. Grida di gioia, eccitazione, salti di esultanza. Ma i bambini escono da tutte le parti e io vedo subito che sono ben più di sessanta. «Niente paura», mi dice padre Giuseppe e fa mettere i ragazzi a due a due. Così io passo col mio sacchetto distribuendo una caramella ogni due bambini, che si tengono per mano. Ma il fatto che mi ha commosso è che quei ragazzini e bambini si sono seduti per terra a due a due; hanno scartocciato la caramella e hanno cominciato a succhiarla un po’ l’uno e un po’ l’altro, senza bisticciare, dividendosi il piccolo dono proprio come fratelli.
Mentre guardo quei bambini succhiarsi la caramella in due, penso: in questa stessa notte di Natale, in Italia, nella mia Milano, i bambini hanno molto di più, doni, dolci, musiche, regali. Ma mi chiedo: saranno felici come questi bambini africani, che hanno gli occhi lucidi dalla gioia, seduti per terra a dividersi una caramella in due?
I missionari poi mi spiegano che la parola più comune usata in Guinea- Bissau è parti, di origine portoghese, che non significa «partito politico», ma dividere, condividere. Nella povertà, tutto è comune, c’è la spontanea condivisione di quel poco che si ha. Un esempio: la Guinea- Bissau è un paese attraversato da tre grandi fiumi, ma senza un solo ponte. Quando arrivate al fiume, dovete attendere il traghetto o la barca scavata in un tronco d’albero. A me è capitato di dover attendere il traghetto, dato che dovevamo portare l’auto al di là del fiume, per quasi un’intera giornata: o perché il motore del traghetto non funziona o perché manca il gasolio o anche perché il guidatore è andato per i fatti suoi o è ubriaco. Niente paura, in Africa bisogna saper aspettare. Per il cibo non c’è problema. O ne avete portato voi oppure vi sedete vicino a chi sta mangiando e vi dà qualcosa, con la massima naturalezza, senza nemmeno dover chiedere.
Perché i popoli poveri sono più disponibili alla condivisione di noi che siamo ricchi? È facile rispondere: chi è povero ha poco da perdere, chi è ricco perde molto, è più attaccato a quello che ha. Ma c’è un motivo più profondo: la povertà educa a capire l’altro, a essere ospitali e attenti verso chi soffre. Direi che educa anche alla gioia, alla serenità della vita. Non parlo della povertà disumana che diventa miseria e mancanza del necessario, ma del non avere troppo, del non essere attaccati alle ricchezze materiali, del dare più importanza ai valori umani (fraternità, amicizia, condivisione, aiuto al prossimo) che non all’inseguimento del denaro e del superfluo.
L’egoismo è la tomba di ogni gioia e serenità di vita. E i ricchi attaccati alle loro ricchezze sono, molto spesso, più egoisti dei poveri. Ecco perché Gesù dichiara: «Beati voi poveri, perché Dio vi darà il suo Regno»(Luc. 6, 20).

Al momento questo racconto si commenta da solo. Avrò comunque modo di tornare più avanti sull’argomento.

Buon Natale e felice anno nuovo!

P.S. Ogni commento è gradito!

P.S. 2 In realtà questa è una delle due letterine di Natale 2011: leggi anche la seconda sul blog alessandrobondi.com.


Feste e Sagre – Scontrini non fiscali

In questi ultimi giorni sono stato colpito da una cosa: andando a mangiare alla Festa del PD e alla Sagra del Cappelletto di Porto Fuori ho notato che gli scontrini emessi hanno la dicitura “Scontrino non fiscale”.

Lì per lì l’ho dato per scontato, ma poi mi sono fatto due domande e ho fatto qualche ricerca su Google. Un bel post all’interno del vademecum dell’organizzatore delle Feste dell’Unità (mi piace il vecchio nome) allega il decreto che permette questa pratica. Non ci capisco niente, sinceramente, e chiederei delucidazioni a chi ne sa più di me.

Stesso discorso però vale per tutte le varie feste che si trovano in giro, non solo per le Feste del PD ma anche per quelle della Lega, del PDL e via andare… non si parla di privilegio di correnti politiche.

Comunque, come immaginavo, non sono l’unico a porsi la domanda… e ho trovato un paio di articoli interessanti.

Il primo pone una giustificazione in effetti comprensibile:

«Le organizzazioni senza scopo di lucro e i partiti politici non hanno partita iva, noi non dobbiamo e non possiamo rilasciare scontrini fiscali». Ma questo, insiste il responsabile della Festa, non vuol dire che la Festa dell’Unità non contribuisca alle casse dello Stato. «Il 10% di iva che paghiamo sugli acquisti non viene recuperata»

Tecnicamente il ragionamento fila, ma fino ad un certo punto. Io compro alimenti per 100, pago 110 iva inclusa. 10 vanno allo Stato. Poi però la stessa roba magari la vendo a 300, e dovrei incassarne 330 iva inclusa. Quindi, se fossi un ristorante, in realtà pagherei 30-10=20 allo Stato per la sola iva. Senza contare le tasse che dovrei pagare sui 200 di utile, al netto delle altre spese. Quindi non mi sembra che lo stato faccia poi tutto questo grande affare…

«La Festa è un’attività volontaria di partito e come tale non va tassata»

Mah, andrebbe anche bene in teoria. Ma non si può dire di eventi nei quali paghi quanto (e a volte forse di più) di un ristorante. Paghi di più considerando che tutto il ricavo è esentasse. Ohi, forse fanno anche bene ad incazzarsi i ristoratori in questo caso…  e viene in aiuto il secondo articolo che ho trovato.

«Le feste fanno per molte settimane concorrenza agli esercizi commerciali locali ma godono di vantaggi fiscali (a cui potrebbero rinunciare) che un ristoratore non può avere. Il bello è che all’interno delle stesse feste si tuona contro l’evasione fiscale».

Alla fine anche questo è da considerare tra i vari costi della politica. Anche se è nascosto come agevolazione, sono soldi che vengono tranquillamente evasi dalle casse dello stato. E per quanto riguarda le sagre paesane? Boh, non saprei. Mi dicono che alla fine il Comitato della Sagra dei Cappelletti di Porto Fuori abbia donato gli utili della festa dello scorso anno al Comune per il rifacimento dell’asfalto della strada e della piazzetta vicino alla scuola.

Concluderei così: va bene lasciare l’agevolazione per le reali attività di volontariato, ma evitiamo di mascherare manifestazioni che sono palesemente focalizzate sull’incasso dei ristoranti come attività non commerciali. Come al solito, ci nascondiamo dietro ad un dito. Brava Italia.